
Attenzione possibili spoiler.
Si consiglia di leggere prima “Fra le braccia del nemico”
Leggi fra le braccia del nemico
Capitolo bonus
Andrey avrebbe voluto alzare gli occhi al cielo quando vide il fratello entrare nella camera d’ospedale. Ma in quel momento non ne era in grado. Aveva un occhio bendato, dolorante e l’altro lacrimava in continuazione. Le tende erano state tirate e solo una luce di cortesia illuminava debolmente la stanza.
Maksim prese posto sulla poltroncina posta accanto al letto senza dire una parola, ma Andrey lo conosceva troppo bene. Suo fratello era incazzato nero.
E Andrey, nonostante l’anestesia che ancora gli annebbiava il corpo, percepiva la furia che aleggiava intorno al fratello, quasi fosse palpabile.
— Prima di farmi la lavata di testa, voglio sapere come sta Penelope, Maksim. — Lo aveva chiesto a tutti gli infermieri che si erano avvicendati al suo risveglio, e tutti gli avevano assicurato che la ragazza era stata dimessa in buone condizioni. Ma lui era paranoico, e sapeva che se c’erano rogne suo fratello non gli avrebbe indorato la pillola.
— Sta bene, si è stabilita a casa nostra per qualche giorno. Tu invece come ti senti?
Andrey sorrise e si rilassò, ma fece presto a lasciarsi andare a una smorfia. — Mi sento un rottame. Non riesco a muovermi e ci vedo poco.
— Grigory mi ha detto che ci vorrà tempo per capire se riuscirai a recuperare l’occhio ferito. — Maksim si chinò in avanti, gli avambracci sulle cosce, le mani intrecciate. — Ora che ci siamo scambiati i convenevoli, passiamo alle cose serie. Che cazzo ti è passato per la testa, Andrey? Perché non mi hai detto nulla? Come ti è saltato in mente di affrontare quello psicopatico da solo, giocando con la vita di Penelope in quel modo?
In preda alla rabbia per quelle dure parole del fratello, Andrey provò a sollevarsi ma un gemito di dolore gli sfuggì dalle labbra.
Maksim prese il telecomando e sollevò lo schienale del letto, finché non si trovarono faccia a faccia. Andrey tremava, ma non riusciva a dire se fosse per il dolore o per la rabbia. — Non avevo scelta, non lo capisci? Anche se lo avessi ucciso, Penelope sarebbe morta comunque.
— Potevi mettermi al corrente, avrei potuto provare a rintracciare il sicario.
— No! — Andrey gridò, ma una fitta alla schiena gli tolse il fiato.
Maksim sollevò le mani in segno di resa, anche se la tensione non si quietò nei suoi occhi. — Va bene, va bene. Cristo, se continuiamo questa discussione, finirò io con l’ucciderti senza nemmeno volerlo. Anche se devo ammettere, che appena Grigory mi ha avvisato, ti avrei picchiato volentieri.
— Bisognerà mandare gli spazzini a ripulire la fermata.
— Ci ho già pensato io, anche se non è stato facile con tutta la polizia che pattugliava la zona, dopo l’attentato.
Rimasero in silenzio per qualche istante, come se entrambi fossero immersi in chissà quali pensieri.
— Avanti dillo, Maksim. Dillo! Lo so che muori dalla voglia di farlo.
— Che cosa? Che te lo avevo detto? Che era troppo pericoloso per Penelope? Che lei non è quella giusta perché non fa parte del nostro mondo?
— Io la amo. E nemmeno Elettra fa parte del nostro mondo.
— Elettra è diversa.
— Non è vero, Elettra è una ragazza che ha sempre vissuto dalla parte giusta, alla luce del sole. L’hai trascinata tu all’ombra della nostra vita con la tua sete di vendetta e poi te ne sei innamorato. Non prendermi per il culo, fratello.
Maksim si era irrigidito, come sempre faceva quando sua moglie diventata oggetto di discussione. — Bene, che cosa vorresti fare, Andrey? Andare sotto casa di Penelope e cantarle una serenata?
— Non lo so, cazzo!
— Hai detto di amarla, lei lo sa?
Andrey ripensò a quella notte, quando aveva fatto l’amore con lei dopo che aver ascoltato quel maledetto audio. Le aveva ripetuto di amarla, l’aveva implorata a fidarsi di lui qualunque cosa fosse successa. La siringa nella tasca dei pantaloni gli aveva pesato come un macigno lungo il tragitto fino a casa. Ma ciò che non avrebbe mai dimenticato sarebbero state le ultime parole della ragazza prima di perdere coscienza: Andrey, cosa hai fatto?
Tutto ciò che era in mio potere per salvarti, tesoro, avrebbe voluto risponderle, ma lei aveva già chiuso gli occhi. — Lo sa. Gliel’ho detto. Ma ora, dopo tutto quello che è accaduto…
Maksim si appoggiò allo schienale della poltrona con un sospiro. La tensione aveva lasciato il posto a un’emozione più sofferta, più umana. — Una volta ho conosciuto un boss italiano, non mi ricordo come finimmo a parlare di amore. — Maksim sbuffò. — Stavamo trattando la vendita di una partita di armi, che paradosso. E lui mi disse che un uomo che ama è un uomo senza coglioni. Perché se ami non vuoi morire. Una donna, la famiglia, ti privano del coraggio, ti spingono a temere la morte. Uomini come noi, innamorati, non sono degni di stare al potere. Nel nostro mondo il matrimonio non è mai dettato dall’amore, ma dall’interesse e dal profitto.
— E tu sei d’accordo? — Andrey sentiva che in quel momento loro due non erano i Solonik, i signori della malavita russa a Londra, ma erano due uomini come tanti, che si ritrovavano a parlare di amore e di donne.
— No, non sono d’accordo. Ma allora, non conoscevo ancora Elettra e sapevo che prima o poi avrei dovuto mettermi una donna al fianco. Una capace di darmi dei figli, con la quale al massimo avrei potuto instaurare della confidenza, ma che non avrei mai amato. Ora che l’amore l’ho conosciuto, sono pronto anche a morire per mia moglie, per proteggerla, per tenere al sicuro la famiglia che stiamo creando e per questo amore siamo entrambi pronti a pagare il prezzo di stare in questo mondo.
— Io non so se Penelope è pronta a pagare il prezzo, Maksim. Ti sembra che io abbia giocato con la sua vita come i clienti scommettono i soldi nel nostro casinò, ma in quel momento era l’unico modo tenerla in vita. Avevo messo in conto di uccidere Kirill non appena avesse bloccato quella catena di messaggi, ma il destino invece ha voluto diversamente.
Andrey riandò con la mente a quei cento gradini percorsi, il dolore delle ferite riportate, l’euforia di aver salvato Penelope, di aver rischiato la vita per lei. Aveva incitato Sasha a scappare perché lui non riusciva muoversi, era disposto a morire, lì in quella stazione abbandonata della metropolitana, sapendo però che Penelope sarebbe sopravvissuta.
In quel momento non aveva avuto paura della morte.
— Devo dare a Penelope del tempo per assimilare tutto. Poi deciderò le mie mosse.
Maksim annuì. — Mi sembra un ottimo piano. — Suo fratello si alzò. — Passerò domani a vedere come stai. Non preoccuparti per Penelope. Con noi è al sicuro.
Andrey sorrise. — Qualcuno potrebbe non essere d’accordo.
Suo fratello scrollò le spalle. — Questioni di punti di vista. Riguardati.
Maksim se ne andò lasciandolo solo. Andrey ripensò alle rose nel giardino dei veleni di Darya. Quelle rose che lei non aveva mai piantato e che erano comunque fiorite tra piante velenose e mortali. Erano ormai il suo chiodo fisso, il simbolo ostinato della sua speranza. Chiuse gli occhi e si addormentò.
Sognò di passeggiare nel giardino di Darya, all’imbrunire. Era intento ad annusare le piante senza risentire dei loro effetti tossici, quando tra le fronde scure scorse una rosa solitaria, splendida.
Nel sogno allungava la mano per coglierla, ma una spina gli trafisse il dito e una goccia di sangue cadde sulla terra.
La rosa appassì sotto i suoi occhi. Dallo stesso stelo ne sbocciò un’altra, ma con i petali neri.
***
Maksim salì in macchina e ordinò a Yuri di riportarlo a casa. Non vedeva l’ora di andare da Elettra. Ora che suo fratello si era ripreso, e Penelope era a casa loro al sicuro, poteva tirare il fiato e godersi il calore della donna che amava.
Se ami non vuoi morire.
Ma per proteggere Elettra sarebbe morto. Suo fratello gli aveva chiesto come faceva a dormire la notte, sapendo che Elettra poteva diventare, se forse non lo era già, il bersaglio dei nemici.
Infatti, lui dormiva molto poco, e con Igor, la guardia del corpo di Elettra, era stato molto chiaro: qualsiasi cosa fosse successa alla donna, Igor avrebbe sofferto a lungo e in modo atroce. E Maksim non gli avrebbe mai concesso la grazia di morire.
Si rifiutava di dare forma agli scenari più nefasti, sua moglie rapita o vittima di un’esecuzione, per non attirare la malasorte. E si godeva i momenti insieme a lei, la teneva al sicuro, come cercava di tenere al sicuro tutta la sua famiglia. Con suo fratello forse aveva sottovalutato il rischio, ma del resto non aveva nemmeno considerato che Andrey finisse per innamorarsi. E l’amore ti spinge a fare cazzate.
Poi il suo pensiero andò all’altra donna più importante della sua vita: Olga.
La loro sorellina aveva terminato con successo gli studi universitari e ora portava avanti in maniera egregia gli affari del casinò. Ma a trent’anni era giunto il momento per lei di sposarsi. Maksim si passò una mano sul volto. Si rifiutava di imporre alla sorella un uomo da sposare, non dopo che lui e Andrey si erano presi il lusso di seguire il cuore.
Ma potevano sempre provare a dare una mano al destino.
Poi pensò a Davit. Maksim sapeva bene che cosa provasse la guardia del corpo nei confronti di sua sorella; li aveva visti gli sguardi che l’uomo rivolgeva ad Olga. Maksim voleva bene a Davit come a un fratello; se non fosse stato per lui quella notte, ora non starebbe a rimuginare sul matrimonio di Olga, perché la ragazza non sarebbe riuscita a sopravvivere.
Ma la vita continuava. Olga era una splendida donna, intelligente, coraggiosa, sicura di sé e lui non ne avrebbe mai fatto una pedina.
L’amore era un rischio, il potere una necessità. E lui avrebbe protetto entrambi, a ogni costo.
Forse il vero coraggio non era morire per chi si amava, ma avere la forza di costruire qualcosa che valesse la pena difendere.